Su 100 euro versati da artigiani e commercianti 66 vanno all’Inps

Dopo mesi di trattative e rinvii l’Europa, intesa come Unione, ha trovato l’accordo storico sul piano anti-covid19. Gli ultimi incontri hanno portato a limare la proposta iniziale della Commissione europea sul piano straordinario d’intervento: i trasferimenti diretti sono calati da circa 500 a 390 miliardi mentre sono saliti i prestiti, da 250 a 360 miliardi.

Il nostro Paese, pare un ossimoro, in virtù della forte caduta del Pil, ha acquisito peso nella nuova scelta di allocazione dei fondi ottenendo circa 81 miliardi di trasferimenti e 127 miliardi di prestiti; il bilancio delle stime iniziali prevedeva 84 miliardi alla prima voce e 91 alla seconda. Il totale, sopra i 208 miliardi, fa dell’Italia il primo beneficiario dello strumento.

Quanto ogni Stato otterrà in concreto, dipenderà dai Piani nazionali che dovranno esser sottoposti al vaglio degli organismi europei. Il ministro dell’Economia Gualtieri ha rassicurato tutti sul fatto che l’Italia sarà pronta col suo documento entro ottobre. Secondo l’accordo del Consiglio europeo, il Piano dovrà “esser coerente con le raccomandazioni specifiche per Paese e contribuire alla transizione verde e digitale”. In particolare, “i piani devono promuovere la crescita e la creazione di posti di lavoro e rafforzare la resilienza sociale ed economica dei paesi dell’Ue”.

Sullo sfondo resta l’accento posto alle Raccomandazioni che l’Europa pone periodicamente. Per quel che ci riguarda, le ultime di fine maggio ci chiedevano: riforma del mercato del lavoro, riduzione della tassazione sul lavoro, riforma dell’istruzione e formazione professionale, riduzione dei tempi della giustizia, “efficientamento” della Pubblica Amministrazione.

Va dato atto all’Unione Europea di aver imposto un passo indietro ai cosiddetti paesi frugali a favore degli Stati maggiormente colpiti dalla pandemia, consentendo al nostro Esecutivo di ottenere, almeno sulla carta, un risultato politico positivo in campo internazionale. Attenzione però che quanto ottenuto non si trasformi in una vittoria di Pirro.

Le risorse economiche ci sono, o meglio ci saranno perché le erogazioni del Recovery inizieranno nella seconda parte del 2021 ad eccezione di un 10% che verrà anticipato quest’anno alla presentazione del Piano di spesa dei fondi comunitari; si tratta di non sprecarle come accaduto con gli 88 miliardi impiegati nei decreti Cura Italia e Rilancio.

Mi viene in mente la citazione attribuita ad Albert Einstein secondo cui la “follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.

L’Unione Europea ci richiede una riforma del mercato del lavoro e per farlo è necessario un salto di paradigma, ossia abbandonare le politiche di assistenzialismo a favore di sgravi e minori oneri per le imprese. Questo, però, significherebbe superare il decreto dignità. Servono maggior flessibilità e un vero intervento sul cuneo fiscale.

Va accantonata la logica per la quale con l’intento di rendere più appetibili i contratti a tempo indeterminato si peggiorano le condizioni e si rendono più onerosi quelli a tempo determinato. Le imprese devono poter essere in condizione, prima di tutto, di mantenere l’attuale stato occupazionale, e poi di poter creare nuovi posti di lavoro. Dimentichiamo i Navigator, i vari redditi di cittadinanza, di emergenza ecc. L’occupazione la fanno le aziende.

Sempre in tema di cuneo fiscale, interverrei anche a favore di artigiani e commercianti. Di fatto la contribuzione all’Inps a carico di questi soggetti pesa quasi per i due terzi dei loro versamenti alle casse delle Stato. Senza dubbio più di IVA e IRPEF. La sopravvivenza e la crescita delle piccole medie imprese nazionali dipendono molto dal coraggio di adottare una nuova politica contributiva più sostenibile e magari favorendo via via un sistema previdenziale misto tra pubblico e privato.

Serve un cambio culturale che ho dei forti dubbi appartenga all’attuale Governo che ha creato consensi propri con le politiche assistenziali e che troppo spesso è sembrato assumere posizioni in contrasto con il mondo imprenditoriale.

Nutro molte perplessità anche sulla riforma della Giustizia così come dell’Istruzione. Mi pare che gli attuali Ministri in carica, non siano all’altezza del compito. Paradossale che l’onorevole Azzolina sia stata affiancata nelle sue responsabilità da quel Domenico Arcuri che neanche per errore ne ha combinata una giusta in questi mesi di emergenza.

Se non altro, pare che nella gestione di tutta questa pianificazione le task force siano passate di moda. Infatti, almeno nelle intenzioni del premier Conte, la cabina di regia per la gestione dei 209 miliardi che arriveranno con il Recovery fund sarà il Ciae, ovvero il Comitato interministeriale per gli affari europei. Il comitato esiste già, non servono leggi o decreti istitutivi, può essere immediatamente operativo e consegna l’ultima parola al premier Giuseppe Conte. Opposizioni e pezzi importanti della maggioranza non ci stanno e vorrebbero un coinvolgimento diretto del parlamento. Le proposte si sbizzarriscono: da una commissione bicamerale paritaria tra maggioranza e opposizione ad una commissione monocamerale ancorata ora al senato ora alla Camera ad altre formazioni ancora.

Conte ha assicurato di voler lasciare alle Camere il potere di indirizzo e controllo, in nessun caso quello di gestione dei fondi europei. La scelta del comitato accontenta un po’ tutti tra i partiti di maggioranza. Di Maio e Gualtieri vi siedono di diritto, così come i ministri di volta in volta “competenti”. E vi hanno accesso anche regioni, comuni e province. Un ruolo decisivo, poi, lo avrà il comitato tecnico di valutazione, composto da uno-due membri tecnici per ciascun ministero. Peccato che nessuno si è posto il problema di chiedersi cosa ne pensiamo noi cittadini e contribuenti.

La maggior parte di questi fondi, per quanto a tassi agevolati, sono comunque debiti, che pertanto peseranno almeno sulle prossime due generazioni di italiani; in un mondo perfetto spetterebbe quindi a noi decidere a chi affidare la gestione di tali risorse. Il fatto è che non essendo noi dei folli non daremmo questa opportunità a chi ha dilapidato un patrimonio di 88 miliardi in un paio di mesi.

In conclusione accanto alle lotte di potere per gestire il patrimonio europeo, si continua a discutere sull’altro strumento comunitario disponibile per superare l’emergenza da Coronavirus: il MES. In questo caso, la polemica ha spesso ruotato intorno ai timori di vedersi materializzare la famigerata Troika. Chi ne sostiene l’utilizzo spiega che l’unica condizionalità sarebbe l’impiego per i fini sanitari. L’Italia entrerebbe automaticamente in “sorveglianza rafforzata” ma questa sarebbe limitata all’uso dei fondi per la sanità, e non ci sarebbero missioni di controllo aggiuntive e, inoltre, che non ci sarebbe l’intenzione di attivare la raccomandazione di presentare un programma di aggiustamento macroeconomico. Il dr Cottarelli intervistato sul tema ha risposto con un lapidario. “mi sembra ci si possa fidare”. Al di là di questi tecnicismi, e meccanismi complessi e oltre la prudente fiducia del dr Cottarelli mi chiedo se l’Italia ha effettivamente bisogno di questi 36 miliardi. Al momento non mi pare esista un progetto di investimento serio e concreto per la sanità. Il decreto Rilancio ne ha stanziati 10 volte meno. Ha senso prendere delle risorse, perché disponibili, senza aver un piano di investimenti cui destinare tali fondi?

Infine ulteriori elementi di riflessione sulla scelta di aderire o meno al Mes riguardano i costi e la reazione del mercato a una sua eventuale richiesta. Sul primo fronte, fatto il calcolo finanziario, risulterebbe che l’Italia possa risparmiare circa 5 miliardi in un decennio, nel confronto con quel che pagherebbe agli investitori emettendo “normali” Btp. Sul secondo fronte c’è chi sostiene che chiedere il Mes genererebbe stigma sui mercati, come una dichiarazione di incapacità di camminare sulle proprie gambe.

Parafrasando un’espressione anglosassone “what a MES(S)”, che casino! La questione non sono le risorse economiche; con gli scostamenti di bilancio sono stati stanziati oltre 100 miliardi, considerando anche il prossimo da venti miliardi in programma ad agosto; l’Unione Europea, con buona pace dei paesi frugali, ha aperto i cordoni della borsa. La questione è come verranno utilizzate tutte queste risorse. Saranno investite o come di recente spese e sprecate? Non è una questione secondaria o tecnica perché l’eventuale conto lo pagheranno i nostri figli.

Paolo Attilio Laurencet - Consulente ad Aosta

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